Un viaggio tutto esistenziale attraverso la scultura. Con energia travolgente, l'artista milanese ci conduce tra suoni e materia. "Andante con moto", come recitava la mostra al Pac di Milano, la scorsa estate, la prima in un'istituzione nella sua città
Un gigante reclinato. Si sporge su uno skyline in trasformazione. È una linea quasi impercettibile quella che disegna contro il cielo. Si flette con dolcezza. È un microfono in primissimo piano, a dominare un orizzonte urbano in trasformazione. La fotografia è di Liliana Moro (1961), in un bianco e nero sgranato, ma senza romanticismi.
Riprodotta su un’intera parete, ci accoglieva all’ingresso del Pac per la prima vasta personale in Italia (da sempre attesa nella sua città) curata da Letizia Ragaglia e Diego Sileo, in viaggio dal Kunstmuseum Liechtenstein di Vaduz, occasione d'incontro con l'artista, ma anche di più ampia riflessione sulla sua opera. Scattata a fine anni Ottanta, quella foto racchiude in poche linee, gli assi cartesiani del suo lavoro. Un’immagine come una grande metafora.
C’è il suono, da un lato. C’è la città, dall’altro. È una periferia industriale, indefinita e inafferrabile perché in trasformazione. Liliana Moro è artista in ascolto. È scultore di suoni prelevati per concretizzare esperienze, vibrazioni, sentimenti. Per questo la sua opera non si può liquidare come concettuale, piuttosto è essenziale, a partire dai suoni e dai materiali. Schietti, mai sofisticati, perfino spietati e implacabili nella loro evidenza, dal timbro al colore alla consistenza. Li preleva dal mondo che la circonda e li usa per ciò che sono.

L’immagine del microfono era stata scattata dal balcone di casa, in via Breda, a fine anni Ottanta, in quella cintura stretta tra le periferie industriali di Sesto San Giovanni e Greco. In quegli anni Moro, non ancora trentenne, era tra le anime di uno spazio autogestito da artisti che, dopo anni di Transavanguardia, raccoglievano il testimone dell’arte povera guardando ben oltre la pittura (via Lazzaro Palazzi, 1989-1993), anche grazie a un maestro come Luciano Fabro. «L’energia era enorme. Era la corsa a perdifiato di una generazione tra due millenni, pronti a captare ciò che di positivo veniva dal Novecento». Alle spalle del microfono, si scorgeva, infatti, quella Milano delle industrie. Il microfono coglieva simbolicamente uno scenario fuori fuoco, perché in transizione, con i suoi simboli a srotolarsi per chilometri tra strutture, spiazzi, fasci di binari, carriponte. Gli operai sciamavano ancora ai cancelli dell’azienda, ma lo scenario era in via di dismissione. La chiusura arrivava nel 1992, lo stesso anno in cui un tempio come Documenta a Kassel proiettava Moro nel mondo dell’arte internazionale, con un invito seguito a più riprese da altre occasioni, tra cui la Biennale di Venezia e il Padiglione Italia nel 2019.
Il mio lavoro? Ascoltare
L’artista è fluviale nel raccontarsi, svelando i suoi numi tutelari, da Piero Manzoni a Samuel Beckett a Luciano Fabro. «La sua prima lezione a Brera era stata di postura. Voi siete artisti, non studenti, ripeteva. Qui si fa arte, niente esercizi». Moro ha la stessa schietta e travolgente passione della sua opera. «Non sono brava con le immagini. Mi appartengono suoni e spazi. Ragiono solo in 3D con piccole maquette. È il mio album di schizzi. E poi ci sono i suoni». A volte voci, spesso la sua. A volte canzoni, come nel foyer d’ingresso al Pac, dove riecheggiava “Bella ciao” in 25 versioni: un inno di libertà che trascende lingue e nazioni.
L’arte è politica, ma la mia non è mai esibita. Si nasconde in un titolo o in un canto popolare trasformatosi di voce in voce. In fondo cosa c’è di più politico di una canzone di libertà?"
Ed ecco approcci differenti al suono. Alcuni sono prelevati come rumori, canzoni, parole. Altri sono solo evocati. Altri, invece, sono creati in una precisa drammaturgia a cui partecipa anche il pubblico. A fare da perno alla mostra, ad esempio, c'era anche una stanza ad alta tensione fisica e psicologica. I nostri sensi sono all’erta, di fronte a una situazione sconosciuta come calpestare un cumulo di specchi. Cautela e concentrazione, quindi. I frammenti scivolano come lame. Si spezzano al nostro peso. Minima e sottile, l’esperienza si gioca sul filo del suono. Il pavimento di specchi è alieno da qualsiasi piglio ludico, come accade in molte installazioni illusive di colleghi. Qui il rumore gela il sangue. A fare da contraltare, al centro della mostra, è un tango di Astor Piazzolla. Il travolgente “Regreso al amor” avvince un assemblage di legni e gommaspugna, stretti da una cinghia rossa. “Avvinghiatissimi” è un letto d’amore. «Quei materiali ne raccontano la fine».
Non c’è mai nostalgia o nichilismo, ma energica speranza in quelle opere, come nella loro imperfezione. «Il suono costruisce e modella uno spazio mentale. L’arte è importante, ma non per intrattenere attraverso la bellezza, in fondo un concetto labile e sfuggente. L’arte è pensiero. Il filo a condurlo non è altro che la condizione umana». Cosa resta quindi? Valicata l’uscita della mostra, restano suoni associati a immagini ed emozioni. Tutto ci attraversa. Anche il pericolo, sotto il gelido schiocco di una lama di specchi. «Viviamo d’imperfezioni e fragilità di cui non bisogna avere mai paura. La vita è inciampo, in fondo, ma sempre a ritmo sostenuto». “Andante con moto” suggeriva il titolo della mostra.
Liliana Moro, Via Breda, 1989, fotografia.