Colleghe e amiche nel Gruppo degli astrattisti di Como. Il vento si solleva attorno alle composizioni geometriche dell’altrà metà dell'avanguardia
L’astrazione è una storia tutta al maschile? Falso. La storia dell'arte dimostra il contrario, svelando un mondo in piena riscoperta in Italia, ma non solo.
“Le vent se lève”, si potrebbe citare il titolo di una serie di opere degli anni Quaranta di Carla Badiali, come ali stilizzate a battere libere in uno spazio bianco. E sulle ali dell’astrazione volano altre artiste, nei medesimi anni (e luoghi). Con lei e con Cordelia Cattaneo (sorella dell’architetto razionalista Cesare Cattaneo), nella fervida Como dagli anni Trenta, c’era anche Carla Prina (1911-2008).
Sono state entrambe protagoniste di personali in gallerie milanesi. M77 tratteggiava tutte le fasi dell'opera di Badiali nella mostra “Geometria e poesia”, curata da Luigi Cavadini. Tommaso Calabro ha puntato su una trentina di composizioni di Prina che descrivono un trentennio circa, dagli anni Cinquanta.
«Questa duplice occasione è una casualità, ma senz’altro felice», racconta il gallerista Tommaso Calabro. Resta pur vero che i tempi sono maturi per una sistematica valorizzazione di artiste dalla storia e dalla ricerca che per decenni non ha avuto alcuna visibilità.
Moltissime sono le analogie. Oltre a una fede assoluta verso l’astrazione, con oscillazioni liriche o geometriche, a seconda dei periodi, entrambe hanno vissuto a Como, in quel milieu astratto che si ritrovava a discutere d’integrazione tra le arti, in piena sintesi razionalista, nello studio di Manlio Rho.
Tra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Quaranta, c’erano anche Mario Radice e Aldo Galli, in perfetta consonanza con la lezione di maestri tra utopia e progetto come Antonio Sant'Elia e Giuseppe Terragni. Insieme al Gruppo degli Astrattisti di Como (teorizzato da Alberto Sartoris, marito di Prina e a sua volta architetto razionalista), Carla e Carla condivisero anche momenti cruciali dell’arte di quegli anni.
Nel 1934 furono, ad esempio, folgorate dalle opere di Kandinsky alla Galleria del Milione, palestra di tutte le modernità, tra editoria e arte. Entrambe esposero nel 1942 alla mostra dedicata al futurismo nel Padiglione Futurista della XXIII Biennale di Venezia, seguito dalla Quadriennale di Roma del 1943.
Prina si formava all’Accademia di Brera e alla Scuola Libera del Nudo a Roma e, oltre al milieu comasco, dal 1848 entrava in contatto con artisti internazionali come Hans Arp, Sonia Delaunay o Joan Miró, con cui lavorava alla Escuela de Altamira, iniziativa culturale fondata dal marito e d Miró stesso, a riflettere sul linguaggio arcaico dei segni che giungono dalla preistoria alle Grotte di Altamira. In questo contesto internazionale, Prina collabora con artisti di spicco, esplorando nuove possibilità che la portarono oltre il rigore geometrico e verso uno stile più fluido e lirico, uno slancio internazionale che anche oggi spiega la presenza di una manciata di sue opere al Reina Sofia di Madrid in esposizione permanente.
Determinata e volitiva, tra arte e impresa, invece, Badiali era attiva nel campo del disegno dei tessuti, dai setifici comaschi alle maison parigine come Givenchy. “Ho fatto resistenza, più che la Resistenza” ripeteva, un idealismo inossidabile che la portava nelle carceri di San Vittore, in attesa del primo figlio. La sua storia, quarant’anni dopo, nel 1980, veniva già valorizzata da una voce critica come quella di Lea Vergine, in “L’altra metà dell’avanguardia”, mostra dedicata ad artiste oscurate dalla storia dell’arte.
Da sinistra, un ritratto di Carla Prina e uno di Carla Badiali.