La grande abbuffata. Arte e cibo, una corsa attraverso il Novecento

Futurismo, Nouveau réalisme e Arte povera. Occasioni di riflessione aperta sul tema del cibo e del nutrimento, grande metafora di "consumo", tra corpo, arte e mercato

di Cristiana Campanini

Basta una parola, ad accendere l’interesse degli artisti verso il cibo nel Novecento. Consumo. È un dato, oggettivo e massificato, accompagnato dall’irrazionale e individuale olfatto e gusto, con la vertigine della memoria innescata. E poi c’è nutrimento, legato ai rituali sociali.

Antenna degli episodi arte e cibo nel Novecento, protagonista sarebbe il Futurismo, con la sua avanguardia pronta a colonizzare tutti i territori del visivo. Negli anni Trenta il “Manifesto della cucina futurista”, scritto da Filippo Tommaso Marinetti e Fillia, si scagliava contro le tradizioni culinarie. Sulla falsariga di un rinnovamento incendiario, la pastasciutta diventava obsoleta e le posate erano da abolire. Ma soprattutto il pasto era esperienza multisensoriale, cavallo di battaglia degli chef anche oggi. Si cucinava l'Antipasto intuitivo, il Brodo solare, il Carneplastico, il Dolcelastico. Sapori e profumi erano sintetizzati da chimici. Poeti e musicisti allestivano azioni culinarie totali. Ai futuristi si deve anche il dialogo interdisciplinare. Affascinato dal rosso Campari e dalla sua modernità, Fortunato Depero, smontava l’eleganza rassicurante Belle Époque dell’azienda di Sesto San Giovanni, per ricomporla in ingranaggi astratti, fino alla sintesi brutale della bottiglietta a cono del Camparisoda.

Tra arte e pubblicità, a raccogliere il testimone di Depero nel Dopoguerra, è Armando Testa. Le sue associazioni, tra surrealismo e pop art, per Lavazza, Simmenthal o Punt e Mes, sono faro per artisti come Michelangelo Pistoletto (suo allievo sui banchi del liceo artistico); ma anche storici dell’arte come Federico Zeri o critici come Germano Celant (autore di “Arts & Food”, mostra oceanica sul tema, Expo 2015).

Non mancano i casi di banchetti come performance. Declinazione concettuale di consumo e nutrimento, è l’azione di Piero Manzoni del 1960. Bolliva decine di uova, le firmava con l’impronta del pollice, le mangiava e offriva al pubblico. Come un rituale eucaristico, in 70 minuti, celebrava il ruolo del cibo nella società.

Con una tavolata ben più goliardica, 10 anni dopo, si celebrava il Nouveau Réalisme, risposta esistenzialista francese alla pop art americana, con la sua poetica del rifiuto, ma in realtà nata e morta a Milano. Dalle parti di via Brera, alla Galleria Apollinaire, dove si stilava il suo manifesto. E in una piazza Duomo, nebbiosa e grigia, con tre giorni di performance paradossali, se ne spargevano le ceneri. Oltre al rogo di un fallo in legno sul sagrato del Duomo, il commiato era l’Ultima Cena. Daniel Spoerri, interprete della Eat Art, serviva da Biffi in Galleria una portata ad artista: Christo, César, Niki de Saint Phalle. All’ideatore del movimento, Pierre Restany, andava un enorme pan di zucchero come tiara papale, come raccontato dall'obiettivo acuto di Enrico Cattaneo, che ha saputo restituire la serata-performance con immagini efficacissime, perfino caricaturali.

La “Grande abbuffata”, citando il film di Marco Ferreri del 1973, continuava con la performance e la body art, in banchetti sfrenati, metafore di morte, che si fanno sempre più algidi nei decenni successivi. Agli antipodi, ad esempio, Vanessa Beecroft ne allestiva di mentali da fine anni Novanta. I commensali dei suoi tableaux vivants erano modelle anemiche e impassibili, che nulla sfioravano. Il cibo poi, come materia di trasformazione ed energia, nella sua deperibilità, finiva dritto nelle opere dell'arte povera, come patate o frutta per Mario Merz o Giuseppe Penone. Iconica è "Struttura che mangia", cespo di lattuga masticata da due blocchi di granito. Vanitas sospesa e laconica di Giovanni Anselmo del 1968, potrebbe aver suggerito anche la banana scotchata al muro da Maurizio Cattelan (2019), "Comedian" rielaborazione pop dell'artista-giullare, che non smette mai di ricordarci le fragilità dell’uomo e le nevrosi del consumo, apoteosi del mondo dell'arte.

Fotografia di Enrico Cattaneo, Ultima cena del Nouveau Réalisme, con Pierre Restany e Daniel Spoerri, Milano 1970, courtesy Archivio Fotografico Enrico Cattaneo.

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