Varisco si racconta. Gioco, dubbio e ironia, come strumenti di conoscenza. Le sculture e i rilievi volano, con Grazia

L’arte è un punto di domanda. È un gioco. L’artista attinge al dubbio come strumento di conoscenza.

Questo viaggio aperto alla sperimentazione ludica, tra rilievi interattivi, sculture e installazioni sonore, nella mutevolezza continua delle forme attraversa tutta la carriera di Grazia Varisco, dagli esordi legati alle esperienze ottico-cinetiche, accanto ai compagni Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gianni Colombo e Gabriele De Vecchi, del Gruppo T (dove T stava per tempo, estensione dell’opera nella quarta dimensione).

«Era più facile trovarci nel taschino un cacciavite, più che il pennello», scherza l’artista milanese, classe 1937, in attesa di una retrospettiva a Palazzo Reale nel 2021. 

Ogni forma da lei creata ha da sempre una stretta correlazione con il movimento, un concetto che ha origine fin dagli esordi con il Gruppo T, dove il movimento era la risposta alle relazioni tra spazio e tempo, più spesso un’azione generata dall’ambiguità, dal caso e dal dubbio.

Arte al maschile o al femminile che sia, le piace definirsi un artista, senza l’apostrofo.

La qualità inconfondibile del suo lavoro è la leggerezza. Sculture e rilievi volano, con Grazia.

So che non ama le interviste, ma ci racconterebbe il suo viaggio dall’aula di Achille Funi all'arte programmata? 
Dove e come nasceva il Gruppo T e qual è stato il ruolo del gioco nella sua opera?
Qual è il filo rosso della sua produzione? Intercetta un desiderio inespresso in questo universo?

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