«Thomas Schütte parte da sé, dalle proprie immagini, dal proprio linguaggio, per interrogare il simbolo archetipico della morte. E, senza drammi espressionisti, suscita una nuova attenzione su questo mistero», scriveva in catalogo nel 1992, un testo di Francesca Pasini. «Schütte sembra suggerirci la ricerca di luoghi di pausa, di spazi eloquenti per continuare a leggere, dietro ogni morte, una vita».
Oggi, come ieri, i temi dell'opera di Schütte in mostra. Allievo di un maestro di multimedialità come Gerhard Richter (alla Düsseldorf Kunstakademie), propone una grande installazione sul tema della morte e una ristampa del catalogo pubblicato a inizio anni Novanta, lavori che avevano origine nella Guerra del Golfo e in Jugoslavia, di tragica attualità