Il filo conduttore tra le opere di Gino Marotta e Bea Scaccia è il dualismo, inteso come tensione tra natura e artificio, identità e apparenza.
Gino Marotta, già negli anni Sessanta, sperimenta con il metacrilato creando paesaggi artificiali popolati da animali e piante trasparenti e luminosi. Le sue celebri foreste e carovane generano ambienti onirici che nella loro leggerezza alludono alla fragilità e al fascino della natura.
Bea Scaccia, attraverso elementi come parrucche, tessuti e gioielli, mette in scena figure ambigue e teatrali, che diventano metafora delle tensioni tra bellezza e mostruosità, identità e superficie. La sua estetica, volutamente eccessiva e caotica, genera corpi fantasmatici presenti senza però manifestarsi pienamente.
L’allestimento mette in dialogo gli animali artificiali di Marotta, apparentemente festosi ma in realtà monito ecologico, con le figure di Scaccia che ci trasportano in un mondo di corpi queer che trovano la loro cifra distintiva nella teatralità del travestimento.