La sibilla delle gallerie riparte con Kentridge. Intervista a Lia Rumma

 La mostra "Waiting for the Sibyl and other stories", che festeggia i primi 10 anni della nuova sede milanese, è tra le prime ad aprire le danze, con video, installazioni e bozzetti dell'artista sudafricano 

27.05.2020

Se c’è un luogo sicuro in tempi di pandemia, è una galleria d’arte contemporanea. Con visitatori sparuti che si aggirano in spazi impeccabili e generosi, mani conserte dietro la schiena. Un intero settore dell’arte esce dai social, almeno in parte, e rientra in galleria. Chi su appuntamento e chi no, chi in attesa di opere e chi con mostre mai viste, solo da spolverare o da montare. Tra queste c’è Lia Rumma, vestale del contemporaneo da quando con il marito Marcello Rumma segnava una pagina indimenticabile dell’Arte povera. Oggi festeggia 10 anni del white-cube in via Stilicone, dalle proporzioni museali (1.500 mq su tre livelli), sede milanese che fa il paio con quella napoletana. E lo fa con la mostra di William Kentridge, "Waiting for the Sibyl". 

Cos'accade in queste settimane?

«Ripartiamo, ma su appuntamento, mentre terminiamo l'allestimento di Kentridge. Con le prudenze che la nostra coscienza, più che il decreto, c’impone. Siamo fortunati, perché i grandi spazi non nascondono pericoli, con una ragazza a piano e collezionisti ricevuti uno o due alla volta». 
Com’è stata l’attesa?

«In smart working, tranquilli. Io, nella bella casa di Napoli, un idillio con me stessa che aspettavo da 40 anni, tra cielo e mare. Ho lasciato fuori il mondo, finché la porta è stata sfondata da un telegiornale».

Cosa l’ha scossa di più?

«Sembrava fiction, con regia di Tarantino. Il bollettino di morti anestetizzava, finché non sono entrati nelle nostre case, tra i nostri cari, come la scomparsa di Germano Celant, parte della mia storia artistica e culturale».

Qual è lo stato delle gallerie?

«Siamo in ginocchio. Penalizzati dal non poter viaggiare, anima del nostro lavoro». 

Cos’ha fatto il governo finora?

«Nulla. Dall’ultimo decreto si è legittimati a pensare che vendiamo patate, invece siamo addetti ai lavori culturali che portano in Italia i più grandi artisti al mondo senza far pagare il biglietto. Facciamo cultura e sana economia, non commercio». 

Qual è stata la prima riflessione in questo scenario?

«Possibile che un nemico invisibile distrugga il mondo, trovandoci così impreparati? La realtà è che il signor Virus ha sfondato una porta sgangherata. La crisi già c’era, come nell’arte e soprattutto in Italia, sprovvista della struttura competitiva dei grandi mercati di Londra e New York».

Cosa manca? 

«Musei, archivi, storici dell’arte, che se ne vanno. Il virus ha esasperato una crisi annunciata. Milano non ha ancora un museo istituzionale e aspetta sempre i privati. Le gallerie in questo scenario sono astronavi nel deserto».

Qual è il virus dell’arte italiana?

«Non credere nella cultura contemporanea, a differenza di altri paesi che ogni giorno camminano verso la storia».

Cosa vede nel futuro delle gallerie?

«Impossibile risponderle. La mostra di William Kentridge è dedicata alla Sibilla, che annunciava catastrofi e dispensava profezie scrivendole su foglie sparse dal vento. La mostra è una rivelazione, ma per andare avanti non servono profezie. Serve guardarsi indietro e farsi domande».

Da quali macerie si ricostruisce?

«Dalle nostre. Vince chi propone la sua identità, come accadeva all’Arte Povera 50 anni fa. Altrimenti si è sopraffatti dai supermercati dell’arte, gallerie sempre più potenti, globali e aggressive, con decine di musei a sostenerne gli artisti. Per essere liberi in un mondo globalizzato bisogna curarsi delle origini, non scodinzolare dietro una galleria potente che ci presta qualche artista».

Cosa pensa di Miart a settembre, a stretto giro di Art Basel, la fiera più potente? 

«Meglio dimenticarsi le fiere italiane nel 2020, almeno fino al vaccino. Lasciamo il passo a chi è più preparato di noi». 

Riaprirebbe una galleria-museo di queste ambizioni in Italia, a Milano? 

«Rifarei ogni cosa con lo stesso animo, dalla prima galleria in un garage di semi-periferia a Napoli fino a via Stilicone. Ma con una benda sugli occhi non andremo lontano. Ricordo quando Ettore Spalletti, maestro che inaugurava queste sale 10 anni fa, mi chiedeva preoccupato: Lia, chi difenderà l’arte italiana?». 
 

La Repubblica, 14/5/2020