Il futuro virtuale di una galleria reale. Intervista a Massimo De Carlo

Come si muove una galleria d'arte internazionale quando il mondo si ferma? VSpace ci indica una strada. È conservatrice e rassicurante nel rappresentarsi, ma la sua  mostra d'inaugurazione ha un successo immediato, con 200 visitatori in soli 10 minuti

di Cristiana Campanini 

17.04.2020

Proprio in queste ore, Milano avrebbe dovuto ospitare la frenesia di mostre dell’Art Week, con Miart e Salone del mobile a ruota. Ogni segno di questa primavera dell’arte ora è cancellato, o meglio sospeso. Ma c’è chi riesce a spiazzare tutti e in questo limbo, trova modo d’inaugurare lo stesso e di accendere su di sé i riflettori dell’arte. È Massimo De Carlo, gallerista globale con spazi a Hong Kong e Londra, oltre alle due sedi milanesi. Da ieri sera le gallerie sono cinque. Dalle sale principesche di Palazzo Belgioioso al raffinato appartamento di Piero Portaluppi, oggi nasce VSpace, nuova avventura in realtà virtuale, visitata da 200 persone solo nei primi 10 minuti di apertura.

Quando nasce l’esigenza del virtuale?

    «Già nella primavera scorsa, ben prima del virus, con le rivolte di Hong Kong. Da allora l’attività è stata a singhiozzo e in Cina la galleria non ha mai riaperto a pieno. Ci siamo posti il problema di come continuare e alcuni collaboratori mi hanno sottoposto questa tecnologia».

Come definirebbe VSpace?

    «Galleria virtuale per mostre reali. Lo spunto è il nostro spazio espositivo di Hong Kong. Tutto è reale, rassicurante, senza dettagli astrusi o complicati».

Perché limitarsi al reale?

    «Potevamo costruire un castello di 200 stanze, ma il nostro virtuale è modesto perché al servizio delle opere che contiene, ad altissima risoluzione, visibili fin nei minimi dettagli».

Dal white cube al virtual cube, passando per l’appartamento borghese, cosa sceglie oggi?

    «Non m’interessa affrontare il format espositivo in modo ideologico. Il white cube è superato, ma ogni situazione ha la sua formula. In questa fase puntiamo al maggior numero di visitatori».

La visita al VSpace è in realtà aumentata per chi ha gli Oculus. Ma chi li possiede?

    «Una nicchia legata ai videogame. Noi li spediremo ai collezionisti. L’esperienza è d’impressionante realismo».

Cosa racchiude la prima mostra?

    «Un dialogo tra John Armleder e Rob Pruitt. Di generazioni diverse, ma con attitudini simili, tra astrazione e mondo pop, entrambi con sguardo sul design».

Dopo la pittura?

    «Ospiteremo mostre ogni 3/4 settimane, forse ogni 15 giorni, con lavori ad hoc o inediti».

Nel futuro?

    «Anche lo spazio potrebbe essere modellato dall’artista».

Prima ha vissuto la chiusura a Hong Kong, poi a Milano e infine a Londra. Qual è la percezione della crisi finora?

    «Un’onda lunga, con una lenta ripartenza in Cina».

Come vive lo stop un business globale come il suo?

    «Chi lavora su diversi continenti ha una percezione lenta dei cambiamenti, perché l’attività non si riavvia mai al 100%».

Il gigante asiatico delle fiere d’arte, Art Basel Hong Kong, si è trasferito online, com'è andato l’esperimento?

    «Ha avuto il pregio di mantenere alta la visibilità del mondo dell’arte».

Era necessario, per grandi gallerie?

«Quando ci si ferma, come in queste ore, si dimentica il negozio sotto casa. Si cammina per le vie di Milano e si fatica a ricordare dov’era la cartoleria. La chiusura nega visibilità e vita agli ambienti commerciali. Vale anche per l’arte».

Chi soffrirà di più nel suo mondo dell’arte?

    «Tutti, ma certe gallerie pagheranno il prezzo più alto».

Qualcuno non riaprirà?

    «C’è il rischio, oltre a quello di un ridimensionamento».

L’euforia dell’arte, vissuta negli ultimi anni in città, tornerà?

    «Ci vorrà tempo. La prospettiva è lenta e a singhiozzo, con voli aerei cancellati, frontiere aperte e chiuse, almeno fino al vaccino».

Come passa questi giorni?

    «Ho un giardinetto e non troppa gente attorno. Sono fortunato. Nulla di disagevole o complicato, ma manca molto lo stress dell’ufficio».

Cosa avremo guadagnato al termine di questo viaggio?

    «Nuove abitudini e attitudini, come riappropriarsi di una vita che il lavoro aveva accantonato: libri, film, musica, oggetti, idee e suoni. La visione del mondo di quando si era più spensierati. Ma questo tempo sarà presto negato e risintonizzarci con la vita reale sarà un disagio, anche se molto piccolo rispetto a tutto il resto».

Come procede la sua asta benefica sul sito Artsy?

    «È una piccola cosa in favore dell’Ospedale Sacco. Felici di contribuire. Abbiamo venduti 35 multipli in pochi giorni, per circa 12mila euro. Le vendite continuano fino a domenica prossima».

Come vive la vivacità dei colleghi sui social?

    «Anch’io ho pensato di mettere online la musica che ascolto o i piatti che cucino, ma poi non l’ho fatto. M’interessa comunicare cosa succede in una galleria. Noi c’interessiamo di arte, nient’altro».

La Repubblica, 15 aprile 2020