Poesia e astrazione. La voce di Fausta Squatriti in viaggio dalla Milano degli anni Sessanta, da Lucio Fontana al Nuoveau Réalisme, tra multipli d'arte, dipinti e sculture

La Milano dell'arte anni Sessanta era un piccolo mondo. Si conoscevano tutti. Discutevano. S'incontravano. Faustina, come la chiamava Lucio Fontana, era energica e determinata, senz'altro la più giovane.

L'opera di Fausta Squatriti corre parallela a un'attività avventurosa ed eclettica da editore di multipli d'artista, oltre all'attività letteraria.

Classe 1941, appena adolescente, ascoltava rapita artisti e poeti nel salotto di casa. Con la madre, la poetessa Lina Angioletti, oltre a Fontana, c'erano Arnaldo e Giò Pomodoro, Enrico Baj, Emilio Isgrò, Sergio Dangelo, ma anche Roberto Sanesi e Salvatore Quasimodo. Terminata l'Accademia, acquista un torchio litografico e chiede qualche lastra agli amici.

«Quel mondo della manualità stava finendo e l'acquaforte non la voleva fare più nessuno.
Fontana schizzò il contorno di un teatrino su quattro fogli.
Ma che farne? Nacque così il primo multiplo su un foglio di alluminio leggerissimo ».

In pochi anni si sommano progetti: libri d’artista e stampe, ma anche multipli oggetti, sculture (cinetiche e non).

«Non li voleva nessuno, finché arrivò Pierre Lundholm, grande mercante di grafica.
Allora si lavorava con Louise Nevelson, Martial Raysse, Man Ray, Sotho, Raymond Hains, Tinguely
e Niki de Saint Phalle, un mondo internazionale che amava Milano. Casa mia, nel 1970,
è stato il quartier generale del festival del Nouveau Réalisme. La porta era sempre aperta
e si parlava degli happening mangiando il risotto in cucina. Le grandi idee erano di Tinguely,
come la scultura fallica in fiamme sul sagrato del duomo. Suggerii di abbinare
O sole mio cantata da Mario del Monaco. Struggente, con la nebbia, le fiamme e i piccioni che volavano via».

Agli esordi la carica cromatica era danzante. Le sculture anni Sessanta hanno anima pop. Sono ingranaggi di forme astratte e materiali d'industria, antesignane di atmosfere tipo Memphis o Alchimia.

«C'era voglia di scherzare, fare opere come oggetti di design.
Non ne potevamo più di sensibilità pura d'artista, segno e colore».

Nei Settanta vince il rigore dell'astrazione geometrica. Poi gli assemblage come vanitas, fino ad arrivare a oggi, passando per la fitta produzione letteraria.

Un giacimento di storie e opere tutto da ascoltare. 

Come sintetizzerebbe gli anni di formazione? Quale l’atmosfera? Chi riconosce come maestri e compagni di strada?
Tutt’altro che laterale è l’esperienza nell’editoria d’arte. Cos’ha rappresentato quell’esperienza?
Il percorso è lungo, complesso. Quale filo lega tutte le esperienze? Da quali urgenze muove la sua ricerca, ieri come oggi?

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